Blog · Psicologo e lavoro · 26 ottobre 2026

Devo dire al lavoro che vado dallo psicologo?

No. Non sei tenuto a dire al datore di lavoro perché ti assenti, e il fatto stesso che tu sia in cura da uno psicologo è coperto dal segreto professionale. Se ti serve un giustificativo puoi chiedere un’attestazione di presenza, che secondo le indicazioni dell’Ordine degli Psicologi non è una certificazione di malattia e non deve contenere né la diagnosi né il tipo di prestazione. C’è però una trappola che quasi nessuno conosce, e riguarda chi è già in malattia: la spiego sotto.

«Mi piacerebbe iniziare, ma come faccio a uscire due ore ogni settimana senza che mi chiedano dove vado?» È una delle obiezioni più frequenti, e quasi sempre non riguarda la vergogna: riguarda il timore concreto che l’informazione circoli in azienda e pesi al prossimo colloquio di valutazione.

È un timore ragionevole, e merita una risposta pratica invece di un «non ti preoccupare».

Cosa il tuo datore non può sapere

Il segreto professionale a cui è tenuto uno psicologo non copre solo quello che dici in seduta: copre anche il fatto che tu sia un suo paziente. Non è un’informazione che il professionista può confermare a un datore di lavoro, a un collega o a un familiare, e non cambia se le sedute le paga qualcun altro.

Sul piano dell’assenza, poi, non esiste alcun obbligo di comunicare il motivo sanitario di un permesso. Quello che l’azienda ha diritto di sapere è che in quell’orario non sei al lavoro e, se richiesto, che l’assenza è giustificata. Non perché.

L’attestazione di presenza: cosa è, cosa non è

È il documento che risolve il problema, e va chiesto: non viene rilasciato d’ufficio.

Le indicazioni dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna sono esplicite su due punti. Il primo: «l’attestazione di presenza non è una certificazione di malattia» — quindi non serve a coprire un’assenza per malattia e non ha quella funzione. Il secondo, ed è quello che interessa a te: «non deve recare né l’indicazione della diagnosi né il tipo di prestazione somministrata».

In pratica attesta che in una certa data, a una certa ora, eri presso lo studio di un professionista. Punto. Non dice che hai fatto una seduta psicologica, non dice di cosa avete parlato, non dice se hai una diagnosi.

Cosa chiedere, concretamente: «mi serve un’attestazione di presenza per il lavoro». Un professionista corretto sa già cosa può scriverci e cosa no. Se invece ti viene proposto un certificato che riporta una diagnosi, fermati e chiedi l’attestazione semplice: una volta consegnato al datore, quel documento non torna indietro.

La trappola: se sei già in malattia

Qui molti si fanno male senza accorgersene.

Se la tua assenza è coperta da un certificato di malattia, sei soggetto alle fasce di reperibilità per l’eventuale visita fiscale. Uscire di casa in quelle ore per andare a una seduta ti espone al rischio di risultare assente al controllo, e un’attestazione di presenza dallo psicologo potrebbe non essere sufficiente a giustificarlo.

L’indicazione pratica che dà l’Ordine è tanto semplice quanto efficace: fissare gli appuntamenti fuori dalle fasce di reperibilità. Se stai iniziando un percorso durante un periodo di malattia, dillo subito a chi ti segue e concordate orari compatibili — è una cosa che si organizza in trenta secondi all’inizio e che diventa un problema serio dopo.

Se invece la situazione è già successa, la persona giusta non è il tuo psicologo: è un patronato o il sindacato.

Se invece ti serve un certificato vero

Attestazione di presenza e certificato psicologico non sono la stessa cosa, e confonderli è l’errore che costa di più.

L’attestazione dice solo che eri lì. Il certificato è un atto diverso: contiene i dati, la problematica, l’eventuale diagnosi e il trattamento in corso. Serve quando c’è un’assenza prolungata da giustificare, una richiesta di tutele specifiche, o un procedimento in cui qualcuno deve valutare la tua condizione.

La differenza pratica è che il certificato contiene informazioni cliniche su di te, e una volta consegnato non torna indietro. Resta nel fascicolo di chi lo riceve, può essere letto da persone che non hai scelto, e non c’è modo di richiamarlo. Per questo non va chiesto per comodità e non va consegnato «per sicurezza»: si usa quando serve davvero, e si valuta insieme cosa scriverci, perché spesso basta molto meno di quanto si pensi.

Una precisazione utile se un giorno cambi professionista: gli appunti delle sedute non sono una cartella clinica e, secondo le indicazioni dell’Ordine, non sono consegnabili — sono a uso esclusivo di chi li ha scritti. Quello che si può chiedere, ed è considerata buona pratica rilasciarla, è una relazione clinica di sintesi da portare al collega che prenderà il tuo percorso in carico, così da non ricominciare da capo.

Il medico competente è un’altra cosa

C’è una confusione ricorrente che vale la pena sciogliere, perché genera ansia inutile.

Il medico competente è la figura della sorveglianza sanitaria aziendale e si occupa dell’idoneità alla mansione. Al datore di lavoro comunica soltanto il giudizio di idoneità, non i contenuti clinici che ha raccolto.

Un percorso psicologico privato è su un piano completamente separato: non passa dall’azienda, non entra nella sorveglianza sanitaria, e il tuo psicologo non ha alcun rapporto con il medico competente né gli comunica alcunché. Sono due mondi che non si toccano, a meno che sia tu a decidere diversamente.

Il modo più semplice: non doverlo chiedere affatto

Tutto quello che hai letto fin qui serve a gestire un permesso. Ma il problema si può anche togliere di mezzo.

Una seduta in videochiamata dura cinquanta minuti e non ha spostamenti: si fa nella pausa pranzo, prima di iniziare, o la sera dopo. In quel caso non c’è nessun permesso da chiedere, nessun giustificativo da consegnare e nessuna conversazione da avere con nessuno — perché non ti sei assentato.

Resta una sola cosa da sistemare, e è l’unica che non può garantirti il professionista: un posto riservato dove nessuno entri per cinquanta minuti e dove tu non debba abbassare la voce. Chi lavora in ufficio open space usa spesso l’auto parcheggiata, ed è una soluzione del tutto legittima. Le cuffie aiutano più di quanto sembri.

Se vivi lontano da un centro grande o hai orari difficili, le sedute online valgono da qualsiasi regione italiana: l’iscrizione a un Albo regionale abilita all’esercizio su tutto il territorio nazionale, non esiste nessun vincolo di regione fra psicologo e paziente.

Quando invece conviene dirlo

Non sempre il silenzio è la scelta migliore. Ci sono due situazioni in cui parlarne ha senso.

  • Se il lavoro è parte del problema. Quando il disagio nasce lì — un carico insostenibile, un rapporto logorante, una riorganizzazione — tenere tutto separato può diventare faticoso quanto il problema stesso. Non significa raccontare che vai dallo psicologo: significa poter dire che qualcosa non regge.
  • Se servono adattamenti concreti — orari, carichi, modalità — che richiedono per forza un interlocutore in azienda. In quel caso si valuta insieme cosa dire, a chi, e soprattutto quanto: è raro che serva dire tutto.

La scelta resta tua, sempre. Il punto non è nascondere: è che l’informazione sia tua da dare, non un effetto collaterale di un permesso.

Una precisazione doverosa: questo è un orientamento pratico, non una consulenza legale o sindacale. Permessi, giustificativi e visite rispondono al contratto collettivo che ti si applica, che varia molto da settore a settore: per il tuo caso specifico verifica il CCNL o rivolgiti a un patronato o al sindacato.

Domande frequenti

Devo dire perché mi assento?

No. Non esiste obbligo di comunicare il motivo sanitario di un permesso, e il fatto che tu sia in cura da uno psicologo è coperto dal segreto professionale: il professionista non può riferirlo a terzi, datore di lavoro compreso.

Cosa può contenere l’attestazione di presenza?

Molto poco, ed è un bene: secondo l’Ordine degli Psicologi non è una certificazione di malattia e non deve recare né la diagnosi né il tipo di prestazione. Attesta che eri lì in quell’orario, nulla di più. Va chiesta esplicitamente.

Se sono in malattia posso andare alla seduta?

Attenzione alle fasce di reperibilità: un’attestazione di presenza potrebbe non bastare a giustificare l’assenza dal domicilio durante la visita fiscale. La soluzione è fissare gli appuntamenti fuori da quelle fasce. Se è già successo, rivolgiti a un patronato.

Il medico competente dell’azienda lo verrà a sapere?

No. Si occupa dell’idoneità alla mansione e al datore comunica solo il giudizio di idoneità. Un percorso privato non passa dall’azienda e il tuo psicologo non ha rapporti con lui.

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Il primo colloquio è gratuito. Cinquanta minuti, online da qualsiasi regione d’Italia o in studio a Bologna e San Lazzaro di Savena, senza impegno di continuare. Sono psicologo clinico iscritto alla Sezione A dell’Albo dell’Emilia-Romagna con il n. 12375 — qui come funzionano le sedute online.